La memoria spaziale nell'Alzheimer
La memoria spaziale nell'Alzheimer

I ricordi sono parte essenziale di ciò che noi siamo, contribuendo alla formazione della nostra identità personale. Le malattie neurodegenerative, come il morbo di Alzheimer o altre forme di demenza, hanno un effetto devastante sulla memoria con una conseguente compromissione della vita di tutti i giorni sia nelle persone colpite sia nelle loro famiglie. Il sintomo iniziale riscontrato più frequentemente nei malati di Alzheimer consiste nella perdita  progressiva della memoria, soprattutto di quella spaziale, che  si manifesta con disorientamento, incapacità di capire dove sono, dove andare, come trovare la strada di casa, come trovare ed utilizzare oggetti di uso comune come posate, orologio, spazzolino, etc.

Oggi, grazie anche alle scoperte da parte  di John O' Keefe, May-Britt Moser ed Edvard Moser (che per questa hanno ricevuto il Nobel per la Fisiologia e Medicina nel 2014), sappiamo che alcune cellule del nostro cervello e più precisamente quelle della regione nota come   ippoc

I ricordi sono parte essenziale di ciò che noi siamo, contribuendo alla formazione della nostra identità personale. Le malattie neurodegenerative, come il morbo di Alzheimer o altre forme di demenza, hanno un effetto devastante sulla memoria con una conseguente compromissione della vita di tutti i giorni sia nelle persone colpite sia nelle loro famiglie. Il sintomo iniziale riscontrato più frequentemente nei malati di Alzheimer consiste nella perdita  progressiva della memoria, soprattutto di quella spaziale, che  si manifesta con disorientamento, incapacità di capire dove sono, dove andare, come trovare la strada di casa, come trovare ed utilizzare oggetti di uso comune come posate, orologio, spazzolino, etc.

Oggi, grazie anche alle scoperte da parte  di John O' Keefe, May-Britt Moser ed Edvard Moser (che per questa hanno ricevuto il Nobel per la Fisiologia e Medicina nel 2014), sappiamo che alcune cellule del nostro cervello e più precisamente quelle della regione nota come   ippocampo, codificano la nostra posizione nello spazio e la memorizzano in un sistema di coordinate che, come un vero e proprio GPS biologico, permette di orientarci nello spazio che ci circonda e di conoscere non solo dove ci troviamo ma anche come fare a raggiungere un altro luogo. Tuttavia, quello che ancora non si conosce è come questo sistema sia alterato nella malattia di Alzheimer.

EBRI ha chiamato Hannah Monyer, scienziata di fama internazionale, Direttrice della Divisione di Neurobiologia Clinica dell’Università di Heidelberg, e da anni impegnata a studiare i meccanismi della memoria, a dirigere un nuovo laboratorio EBRI sulla memoria spaziale nella malattia di Alzheimer, unendo le forze con i ricercatori dell'EBRI che sono gia' cosi' attivi nella lotta contro l'Alzheimer. Hannah ha scelto di venire con un “joint appointment” all’EBRI, in quanto  l’Istituto fondato da Rita Levi-Montalcini e' all'avanguardia nella ricerca su nuove cure per l'Alzheimer.

Le ricerche di Hannah Monyer si concentrano, in particolare,  sul ruolo di un particolare tipo di cellule nervose che utilizzano il GABA come neurotrasmettitore, gli interneuroni GABAergici, capaci di sincronizzare l'attività di centinaia di neuroni con la precisione del millisecondo, dando origine ad una  attività di rete  che è alla base dei processi di apprendimento e memoria. Il malfunzionamento di queste cellule porta alla perdita della capacità di orientamento e ad una memoria alterata. Per i suoi studi Hannah utilizza tecniche di avanguardia come l’optogenetica, che consiste nell’inserire all’interno di determinati gruppi neuromali del cervello, geni che codificano per canali ionici attivati dalla luce, permettendo così di regolarne l'attivita' e di individuare, all’interno di una rete neuronale, sottotipi cellulari responsabili di una data memoria.  Combinare lo studio della memoria spaziale con le tecnologie sperimentali messe a punto dai ricercatori dell'EBRI permettera' di capire cosa determina il progressivo deterioramento dell'orientamento spaziale che provano i pazienti Alzheimer.  Da questi studi possono nascere nuovi approcci terapeutici per bloccare la malattia nelle sue fasi iniziali.

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